Ciao, Kobe!

  • 27 gennaio 2020
  • Pallacanestro Arcella
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26.01.2020

La verità è che non ho mai simpatizzato per Kobe Bryant. Quando entrò nella lega mi stava antipatico, sia perché lo dipingevano come novello Jordan, il mio incontrastato, inimitabile idolo, sia perché rifiutò di giocare a Charlotte, che l’aveva scelto al draft del 1996, dicendo che giocare in North Carolina era “un’impossibilità”. In campo, il suo individualismo e i suoi attriti con Shaq e Phil Jackson non hanno fatto altro che peggiorare l’opinione che avevo di lui. Eppure ho sempre saputo che era uno dei migliori di tutti i tempi. Per come si allenava, perché passava la maggior parte delle sue giornate in palestra, per come prendeva ispirazione dai grandi che lo avevano preceduto, chiara dimostrazione di umiltà nei confronti del gioco della pallacanestro, per quello che era in grado di fare in campo, dove rappresentava il più recente esempio di leggiadria ed intelligenza cestistica, cioè di quelle doti che mi avevano avvicinato al basket, le stesse che da ragazzino avevo ammirato per la prima volta in Magic, Larry e MJ. È per questo che, quando i suoi giorni nella NBA stavano terminando e i clamori dei titoli, dei premi, delle medaglie erano ormai lontani, nei lunghi, insopportabili monologhi che le mie squadre dovevano sorbirsi, non mancavo mai di indicarlo come esempio di una pallacanestro che stava diventando sempre più rara e preziosa.
Sic transit gloria mundi. Oggi, che il suo tempo terreno è finito, ai “nostri” atleti più giovani dico: trovate il tempo di guardare qualche filmato di Kobe Bryant, di ammirare la sua eleganza. Studiatela, imitatela e, soprattutto, non dimenticatela. È l’eredità più grande che ci ha lasciato.
Buon viaggio, Kobe, che la terra ti sia lieve.